29 gennaio 2009

Il lato oscuro dello sforzo

L'ultimo aggiornamento della KUbuntu installata sul mio computer casalingo ha riguardato il kernel, le libc, il gcc, una manciata di driver e non so cos'altro. 60 mega di pacchetti. Una volta fatto ho riavviato e rieccomi qui, come se nulla fosse accaduto. Ai tempi di Slackware sarebbe partita una ricompilazione del kernel custom e non so quant'altro. Una fonte imprevedibile di grattacapi; però il bello era tutto là. Bei tempi andati ...

25 gennaio 2009

Una macchina del tempo economica

Bloccato a letto da una febbrina™, leggo un libro di Tolkien ed ascolto un concerto dei Metallica alla radio. Ma che sta succedendo?

Silverarrow

Ieri nella stazione Termini c'era uno dei nuovi ETR 600 “Freccia argento”, i nuovi Pendolino con il sistema d'alimentazione compatibile con le linee svizzere e tedesche. Alla vista del papero mi sono un poco riappacificato pensando all'esoso biglietto sborsato per il mio Eurostar. Eppoi io avevo pure un Elfo che si chiamava Silverarrow!

18 gennaio 2009

Il mantra che non funziona

Any serious political thinking about Israel and Palestine must be based on the premise that military force is a deterrent only and an increasingly questionable one at that and that it is not arms but humans who conclude peace. Peace is a collective good. Israel is caught in a defunct Westphalian model of sovereignty which assumes that the state is in control of all that is alive and dead within and at the margins of its boundaries. Most advanced democracies know that neither normatively nor empirically is this the case anymore. Sovereignty is a bundle of state privileges and prerogatives which can be shared, delegated and co-exercised with other groups and powers. Many in the Israeli leadership know that they will never permit full and Palestinian sovereignty over air space, be it in Gaza or the West Bank; over the free passage of goods in and out of ports in Gaza which would be the only form of access to the sea for a future Palestinian state; nor will Israel give up control of the underground water reserves extending on both sides of the 1967 territories. So why does one pretend that a sovereign Palestinian state will be sovereign in the sense in which Israel would like to consider itself sovereign? The sad and simple truth is that such a Palestinian state will be perpetually bullied, controlled, monitored, and occasionally smashed by Israel. Precisely because many who advocate a two-state solution also know that their future relations with the Palestinian state will be less like those between Italy and Austria and much more like those between Tibet and China and India and Kashmir that many Israeli politicians pay lip service to this ideal while making sure on the ground that it becomes less and less likely.
Quando ti ripetono a pappagallo il mantra del "una terra, due stati". Da leggere. Via 3QD.

17 gennaio 2009

Esattamente qui che è partita

«Ho ritenuto mio dovere farlo - prosegue il ministro - perchè Ponzio Pilato non fu certo un esempio di buon governo. Ho preso peraltro a fondamento della mia determinazione atti quali il parere del Comitato nazionale di bioetica e la Convenzione dell'Onu sui disabili, il cui disegno di ratifica è all'esame del Parlamento» [&]
A Genova l'UAAR voleva cavalcare l'onda mediatica dell'Atheist Bus e aveva proposto ad IGP Decaux una campagna pubblicitaria simile: “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”. Ahimè IGP non ha voluto rogne ed ha preferito non accettare la commessa (maledetta moda del capitalismo etico). In UK il senso lo slogan era diverso per una sola, fondamentale, parolina: un probabilmente.
Ovviamente ha poco senso, per un ateo, dire che probabilmente Dio non esiste. Ma gli organizzatori della campagna britannica si erano fatti due conti: le compagnie pubblicitarie preferiscono evitare rogne, queste ultime sotto forma di proteste da parte delle organizzazioni religiose, e soprattutto l'importante è lanciare il messaggio, poi si vedrà.
Sapevano che, in due parole, tocca essere pragmatici.

Ho sentito varie posizioni (tipo l'ottimo Fabristol, tanto per citare un blog) riguardo al fatto che l'ateismo militante, in fondo in fondo, altro non sia che un'altra forma di religione, a-tea, per l'appunto, ma sempre dogmatica quanto quelle coi vari barboni triangoluti, montagne che cammino, e via dicendo. Per carità, tutte giustissime, io è dal liceo che mi professo esistenzialista ateo, à la Sartre, per intenderci.

Solo che dall'altra parte ci stanno questi che ormai non fanno nemmeno distinzione tra vangelo e costituzione, mentre noi altri stiamo a chiacchierare di quanto siam duri e puri. Un po' come i metallari sfigati che disquisivano se chi si accostava al genere metal sentendo Load dei metallica, ai tempi, fosse sufficientemente degno della loro approvazione oppure no.

Siamo proprio sicuri che non stiamo facendo una cazzata?

tra l'altro: in UK, a breve, avranno anche le metropolitane.

What heart?

16 gennaio 2009

Qualcuno era scorato? Oppure ha scorato?

Finalmente lo si può dire senza imbarazzo: c'è metano su marte. Adesso però bisogna chiedersi quale ne sia la fonte.

Altra cosa di poco conto: hanno trovato il modo di far replicare in vitro dell'RNA. Indefinitamente e con tanto di errori di replicazione, cioè le mutazioni casuali che fanno l'ABC dell'evoluzione. E il tutto senza l'ausilio di scintilla divina.

In tutta questa serie di portenti, noialtri continuiamo ad ammazzarci con queste cose primitive chiamate armi. E ad ascoltare le cazzate di Brunetta.

Torno nella mia torre d'avorio.

10 gennaio 2009

La democraticissima logica dell'occhio per occhio

C'è questa intervista a Moni Ovadia su Radio Radicale che mi è tornata alla mente, proprio oggi. È di due, anzi tre, anni fa. Io in quell'estate perdevo tempo sui blog a commentare la guerra Israelo-libanese, anziché scrivere la tesi di Laurea. Pensando alla mia vita, sembrano passati mille anni. Sul fronte mediorientale, invece, non sembra cambiato nulla, e basta sentire l'intervista per accorgersene. Considerato il contrasto abbaccinante che c'è quando penso alle mille cose che mi sono capitate in questi due anni, allora capisco perché inizialmente la tragedia umanitaria di questo nuovo conflitto non mi avesse smosso più di tanto.

Quando si parte da una posizione di apatia del genere, e si approda necessariamente [1] alla posizione del: "cosa dovrebbe fare Israele altrimenti?", che poi, duole dirlo, è sempre stato il macigno retorico caro agli ambienti del Foglio, credo si commetta lo sbaglio di fondo di considerare le vicende del medio oriente come un processo fondamentalmente stazionario, privo della possibilità di un'evoluzione significativa, le contingenze del caso frutto di un meccanismo che non guarda mai al passato. Allora è ovvio che di fronte a questi idioti incoscienti che sono i dirigenti di Hamas, che si mettono a giocare col fuoco lanciando razzi su Israele e quindi attirando l'inevitabile risposta di Israele, non si possa far altro che scuotere le spalle e rassegnarsi. Uno se ne potrebbe uscire con un: "che vuole fare, son ragazzi", se solo non fosse che non stiamo parlando di un pallone e di un vetro rotto, ma di due organizzazioni come lo stato d'Israele ed Hamas.

Nell'intervista di Radio Radicale un aggettivo mi ha colpito, usato da Moni Ovadia per descrivere la reazione di Israele, in quel caso ai rapimenti dei due soldati e per i missili dal sud del Libano. L'aggettivo è: meccanica. Reazione meccanica. Alla fine quando uno leva tutti i sofismi sul "cosa-dovrebbe-fare-Israele-oh-mio-Dio-quelli-mandano-i-bambini-a-morire", rimane semplicemente la logica dell'occhio per occhio. Io non so cosa dovrebbe fare Israele, ma di certo non mi piace l'idea che il governo Israeliano continui ad usare la logica dell'occhio per occhio per condurre la propria politica regionale. Essere apatici sul conflitto a Gaza di questi giorni significa voler accettare questo.

[1] a meno di non voler ritrovarsi a difendere cose del genere.

9 gennaio 2009

Riguardo Lugano

Ha nevicato come mai avevo visto in vita mia, in questi giorni a Lugano. Sono appena 3 anni che vivo qui, e adesso che lo scrivo mi rendo conto che è un sacco di tempo. Ripensando ai primi tempi mi rendo conto che la mia attitudine nei confronti di questa casa di rip, ehm, cittadina è cambiata. Ci sono cose che mi rendono un perfetto Luganese, come il pianificare l'uscita dall'accademia considerando l'orario del prossimo treno per tornare in città, oppure, quando mi trovo a lavorare al campus dell'USI di Lugano, il pianificare la spesona di alimentari alla Coop in vista del weekend. Queste cose possono sembrare assolutamente normali anche a chi non abitasse qui, ma ricordo come ai primi tempi fosse difficile abituarsi all'idea di cambiare i propri ritmi per il fatto che qui avessero l'abitudine di chiudere tutto alle 7 di sera, tanto per fare un esempio, anzi, l'Esempio. Oppure godersi la domenica di ozio, magari andando al parco Ciani (anche se ormai preferisco il parco S. Michele) a leggere un libro. La domenica nullafacente è il massimo della Svizzerosità. Forse il culmine della vita al nord l'ho raggiunto iniziando ad accettare che non è così male prendersi una birretta con gli amici tra le 7 di sera e le 10, per poi andare a casetta presto per cavoli propri.

Ecco, tutte queste cose forse non mi rendono ancora uno svizzero (e dopotutto chi mai aveva chiesto di volerlo diventare, miei cari confederati), ma mi mettono più in pace con questo luogo. E forse han contribuito a sviluppare in me una sorta di affetto per il Ticino, anche se decisamente non convenzionale: di certo, se mai mi ritrovassi di qui a 3 anni ancora a Lugano, tutti i miei amici sarebbero autorizzati a rapirmi o almeno a malmenarmi in malo modo, ovviamente allo scopo di farmi rinsavire, ma questa è un'altra storia.

8 gennaio 2009

7 gennaio 2009

Trofie besciamella, zucchine e Aphex Twin

Ecco una cosa che, devo ammettere, mi sta mancando di Facebook: la possibilità di raggiungere 200 persone, molte delle quali delle imperfette sconosciute, con frasette del genere, piccoli spaccati di vita, o, all'occorrenza, di quello che uno vorrebbe far credere essere la propria vita.

Facebook non ti permette di cancellare il tuo account (rimuovere il tuo conto, nel gergo bancario che è stato mutuato per queste cose di internet per chissà quale motivo, mi chiedo io), e questo te lo dice en passant, facendoti notare che, qualora cambiassi idea, qualora volessi nuovamente prestarti al gioco delle amicizie dei tempi di scuola (pffff), puoi ricreare l'account usando la stessa email che usavi, et voilà, rieccoti nuovamente in pista.

Il primo dei due principi che formerebbero le basi con cui Facebook tratta la questione della privacy dice:
Devi avere il controllo sulle tue informazioni personali.
e cavolo, mi cadesse il soffitto in testa se non è vero.

Ma non è un caso che si parli di controllo e non di proprietà. All'atto pratico, i dati del mio account, i 200 sconosciuti e tutte le vanità che ho scambiato con loro nel corso di questi mesi, appartengono a Facebook. Vero, puoi prendere ciascuna di quelle informazioni e cancellarla, oppure decidere chi è tanto privilegiato da poter essere messo a parte del fatto che ti sei laureato con 105 in informatica, un livello di granularità con cui maneggi i tuoi dati mai visto prima in altri siti. Ma su Facebook non sei padrone della tua identità. Le informazioni su di te possono essere scarne, incomplete, volutamente sbagliate, ma formano pur sempre una persona; un persona che, guardacaso, nel 99% dei casi reca il nome di una persona in carne ed ossa del mondo reale.

Puoi metterti qualsiasi vestito tu voglia, puoi anche andare nudo. Ma non puoi non uscire a fare lo struscio. Facebook è il male, e devo dire che è affascinante.

6 gennaio 2009

Che attenta analisi

Nessuna grande novità, insomma, ... [&]
Io iTunes senza DRM lo chiamerei una novità, altroché! Curioso come per i giornalisti sia:
novità == nuovo hardware