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10 febbraio 2011

6 febbraio 2011

It's Glastonbury out there

Un altro blog da aggiungere ai propri feed: The Arabist.

The mood in Tahrir is, as ever, uplifting and ebullient. It's a veritable tent city in the grassy parts, and the atmosphere is reminiscent of a moulid — the celebrations of saints that are part of the more Dionysian side of the way Islam is practiced in Egypt. Or, in Western terms, it's Glastonbury out there.

3 febbraio 2011

Un classico

Se, come il sottoscritto, state seguendo lo svilupparsi della situazione in Egitto, vi consiglio di seguire il blog di Sarah Carr, inanities.org (attenzione: ci mette un po' perché ci sono un bel po' d'immagini ad alta risoluzione linkate direttamente nei post). Il suo stile è asciutto e sarcastico, ed è decisamente informata sui fatti, essendo una giornalista di origini britanniche e egiziane. Ho scoperto il suo blog tramite il live feed del Guardian, dove erano mostrate le sue foto dei graffiti e degli slogan anti-Mubarak che hanno ricoperto la città in questi ultimi giorni. Il suo ultimo post, per esempio, spiega chiaramente chi siano i fantomatici contro-dimostranti di oggi:
The use of hired thugs is classic Mubarak. The regime’s relationship with its people has always depended on intimidation and violence, which proved problematic with the wave of demonstrations and labour protests that have been a growing phenomenon since 2003 – acts of public police rage tend to put the tourists off. In 2005 elections young men were paid to sexually assault female protestors. Last year during the trial of two policemen accused of involvement in the death of Khaled Said a rowdy group of teenagers stood outside the courtroom and accused anti-torture protestors of being Israeli spies, before launching missiles at them. During the elections boys in matching t-shirts danced in front of polling stations while burly colleagues intimated voters on behalf of National Democratic Party candidates.

The idea is that these groups of men – who receive a modest daily stipend for their services – can execute regime orders without their actions being directly attributable to them. In the current scenario we are meant to believe that after four days of absolute silence peaceful pro-Mubarak protestors so irrevocably moved by the president’s speech and his promise not to stand for another term decided to organise mass counter protests. And attend these protests on camels and horses. And launch rocks and Molotov cocktails at camping Tahrir protestors whose only act of physical aggression has been against litter in the camp.

1 febbraio 2011

Catenacciari

Source: AFP/Getty

Una foto molto bella di questi giorni di proteste è questa qui sopra. Lo storia è questa. Tre giorni fa, durante la notte del primo giorno di scontri, alcuni vandali, forse addirittura degli sgherri del regime, erano entranti nel museo archeologico del Cairo, e avevano distrutto due mummie e danneggiato altri cimeli.
Il giorno dopo, il mitico Zahi Awass ne da notizia profondamente amareggiato. I media la riprendono immediatamente, dandole un grande risalto—anche troppo, considerato che al regime fa gioco che fatti del genere siano messi in risalto.
Del resto il panico per gli atti di sciacallaggio sta iniziando a montare, e la gente si organizza per difendere le case e le proprietà. Gruppi di cittadini formano pattuglie improvvisate per sorvegliare le strade durante la notte. E il museo?
Sì, nel frattempo è arrivato l'esercito (si vede un carro armato nella foto) ma il pericolo che dei vandali possano penetrarvi e rubare o danneggiare altri oggetti è ancora alto: due carri armati parcheggiati all'ingresso, di certo, non bastano a scoraggiare i ladri di cimeli.
Un gruppo di cittadini decide, allora, che l'unico modo per fermare gli sciacalli è di formare una catena umana. Gigantesca, che corre tutto attorno all'edificio. Il museo è proprio su Tahrir square, quindi molti di loro, anzi tutti, sono lì per dimostrare contro il regime. In un certo senso, non smettono di farlo. Anzi, lo fanno nel migliore dei modi, replicando con i fatti alla favoletta del regime che senza di esso vi sarebbe solo l'anarchia.

Non so se questa foto ha avuto lo stesso risalto, nei media, delle immagini del vandalismo del giorno prima. Purtroppo noto in questi giorni la tendenza, anche da parte di commentatori solitamente più che rispettabili, ad agitare lo spauracchio della deriva teocratica stile Khomeinista. Se solo qualcuno spiegasse per quale motivo una società plurale, laica e sunnita dovrebbe rifarsi al modello di una nazione autoritia e sciita. Sembra invece che solo poche persone si stiano chiedendo quali sono le cause effettive di questa rivolta (hat tip Epistemes).
Comunque tornando alla foto di prima, ovviamente il museo non è stato e non è il solo bene ad essere in pericolo di sciacallaggio in questi giorni. Fortuntamente le persone in quella foto non sono le sole ad aver pensato a difendere i beni del loro paese.

31 gennaio 2011

Piano con i paragoni

Fonte: Il Sole 24 Ore

L'Italia non è l'Egitto, le opposizioni non sono come i Fratelli Musulmani, … e Berlusconi non è come Mubarack, no ? !

30 gennaio 2011

Una nazione in attesa


A quanto pare non sono l'unico ad apprezzare la copertura da parte di Al Jazeera English della crisi egiziana. C'è un documentario del 2008 prodotto da AJE sull'Egitto di Mubarak che è molto interessante, intitolato “A Nation in Waiting” e spiega molto bene quanto siano clamorose alcune delle cose accadute oggi, come la nomina di Omar Suleiman a vice-presidente. La storiella che se crollasse Mubarak domani verrebbe proclamata la Repubblica Islamica d'Egitto, e ci troveremmo le ondate di clandestini sulle coste, può andare bene per i fan di Franco Frattini su Facebook, ma guardando il documentario risulta chiaro che la società egiziana richiedeva da tempo un cambio sostanziale del regime. Insomma, caldamente consigliato. Le altre parti sono qui: #2, #3 e #4.