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22 aprile 2011

1 febbraio 2011

Catenacciari

Source: AFP/Getty

Una foto molto bella di questi giorni di proteste è questa qui sopra. Lo storia è questa. Tre giorni fa, durante la notte del primo giorno di scontri, alcuni vandali, forse addirittura degli sgherri del regime, erano entranti nel museo archeologico del Cairo, e avevano distrutto due mummie e danneggiato altri cimeli.
Il giorno dopo, il mitico Zahi Awass ne da notizia profondamente amareggiato. I media la riprendono immediatamente, dandole un grande risalto—anche troppo, considerato che al regime fa gioco che fatti del genere siano messi in risalto.
Del resto il panico per gli atti di sciacallaggio sta iniziando a montare, e la gente si organizza per difendere le case e le proprietà. Gruppi di cittadini formano pattuglie improvvisate per sorvegliare le strade durante la notte. E il museo?
Sì, nel frattempo è arrivato l'esercito (si vede un carro armato nella foto) ma il pericolo che dei vandali possano penetrarvi e rubare o danneggiare altri oggetti è ancora alto: due carri armati parcheggiati all'ingresso, di certo, non bastano a scoraggiare i ladri di cimeli.
Un gruppo di cittadini decide, allora, che l'unico modo per fermare gli sciacalli è di formare una catena umana. Gigantesca, che corre tutto attorno all'edificio. Il museo è proprio su Tahrir square, quindi molti di loro, anzi tutti, sono lì per dimostrare contro il regime. In un certo senso, non smettono di farlo. Anzi, lo fanno nel migliore dei modi, replicando con i fatti alla favoletta del regime che senza di esso vi sarebbe solo l'anarchia.

Non so se questa foto ha avuto lo stesso risalto, nei media, delle immagini del vandalismo del giorno prima. Purtroppo noto in questi giorni la tendenza, anche da parte di commentatori solitamente più che rispettabili, ad agitare lo spauracchio della deriva teocratica stile Khomeinista. Se solo qualcuno spiegasse per quale motivo una società plurale, laica e sunnita dovrebbe rifarsi al modello di una nazione autoritia e sciita. Sembra invece che solo poche persone si stiano chiedendo quali sono le cause effettive di questa rivolta (hat tip Epistemes).
Comunque tornando alla foto di prima, ovviamente il museo non è stato e non è il solo bene ad essere in pericolo di sciacallaggio in questi giorni. Fortuntamente le persone in quella foto non sono le sole ad aver pensato a difendere i beni del loro paese.

28 gennaio 2011

È necessario portare una rosa

Fonte: The Atlantic

The Atlantic ha ottenuto un manuale per i dimostranti di oggi in Egitto e l'ha fatto tradurre a tempo di record. Non sono mai andato in vacanza in Egitto. Spero di farlo il prima possibile, e spero di farlo visitando un paese libero.

18 gennaio 2009

Il mantra che non funziona

Any serious political thinking about Israel and Palestine must be based on the premise that military force is a deterrent only and an increasingly questionable one at that and that it is not arms but humans who conclude peace. Peace is a collective good. Israel is caught in a defunct Westphalian model of sovereignty which assumes that the state is in control of all that is alive and dead within and at the margins of its boundaries. Most advanced democracies know that neither normatively nor empirically is this the case anymore. Sovereignty is a bundle of state privileges and prerogatives which can be shared, delegated and co-exercised with other groups and powers. Many in the Israeli leadership know that they will never permit full and Palestinian sovereignty over air space, be it in Gaza or the West Bank; over the free passage of goods in and out of ports in Gaza which would be the only form of access to the sea for a future Palestinian state; nor will Israel give up control of the underground water reserves extending on both sides of the 1967 territories. So why does one pretend that a sovereign Palestinian state will be sovereign in the sense in which Israel would like to consider itself sovereign? The sad and simple truth is that such a Palestinian state will be perpetually bullied, controlled, monitored, and occasionally smashed by Israel. Precisely because many who advocate a two-state solution also know that their future relations with the Palestinian state will be less like those between Italy and Austria and much more like those between Tibet and China and India and Kashmir that many Israeli politicians pay lip service to this ideal while making sure on the ground that it becomes less and less likely.
Quando ti ripetono a pappagallo il mantra del "una terra, due stati". Da leggere. Via 3QD.

10 gennaio 2009

La democraticissima logica dell'occhio per occhio

C'è questa intervista a Moni Ovadia su Radio Radicale che mi è tornata alla mente, proprio oggi. È di due, anzi tre, anni fa. Io in quell'estate perdevo tempo sui blog a commentare la guerra Israelo-libanese, anziché scrivere la tesi di Laurea. Pensando alla mia vita, sembrano passati mille anni. Sul fronte mediorientale, invece, non sembra cambiato nulla, e basta sentire l'intervista per accorgersene. Considerato il contrasto abbaccinante che c'è quando penso alle mille cose che mi sono capitate in questi due anni, allora capisco perché inizialmente la tragedia umanitaria di questo nuovo conflitto non mi avesse smosso più di tanto.

Quando si parte da una posizione di apatia del genere, e si approda necessariamente [1] alla posizione del: "cosa dovrebbe fare Israele altrimenti?", che poi, duole dirlo, è sempre stato il macigno retorico caro agli ambienti del Foglio, credo si commetta lo sbaglio di fondo di considerare le vicende del medio oriente come un processo fondamentalmente stazionario, privo della possibilità di un'evoluzione significativa, le contingenze del caso frutto di un meccanismo che non guarda mai al passato. Allora è ovvio che di fronte a questi idioti incoscienti che sono i dirigenti di Hamas, che si mettono a giocare col fuoco lanciando razzi su Israele e quindi attirando l'inevitabile risposta di Israele, non si possa far altro che scuotere le spalle e rassegnarsi. Uno se ne potrebbe uscire con un: "che vuole fare, son ragazzi", se solo non fosse che non stiamo parlando di un pallone e di un vetro rotto, ma di due organizzazioni come lo stato d'Israele ed Hamas.

Nell'intervista di Radio Radicale un aggettivo mi ha colpito, usato da Moni Ovadia per descrivere la reazione di Israele, in quel caso ai rapimenti dei due soldati e per i missili dal sud del Libano. L'aggettivo è: meccanica. Reazione meccanica. Alla fine quando uno leva tutti i sofismi sul "cosa-dovrebbe-fare-Israele-oh-mio-Dio-quelli-mandano-i-bambini-a-morire", rimane semplicemente la logica dell'occhio per occhio. Io non so cosa dovrebbe fare Israele, ma di certo non mi piace l'idea che il governo Israeliano continui ad usare la logica dell'occhio per occhio per condurre la propria politica regionale. Essere apatici sul conflitto a Gaza di questi giorni significa voler accettare questo.

[1] a meno di non voler ritrovarsi a difendere cose del genere.