27 luglio 2011

Intermezzo

Ci trovavamo a sorseggiare merlot della California Settentrionale, ieri, mentre le tentavo di spiegare quanto mi sembrasse una cosa buffa, a pensarci, che l'esistenza di un circolo di eccentrici pensatori futuristi come la fondazione the Long Now fosse esattamente una conseguenza delle leggi allometriche di tipo superlineare che avevamo appena sentito descrivere per bocca del prof. West.

Si tratta di una teoria affascinante, e l'eminente scienziato invitato dalla fondazione la studia da anni, nella speranza di svelare le leggi fondamentali che governano i sistemi urbani di tutto il mondo. Ma niente, proprio non voleva capire, deliziosa testolina vuota. Mandai giù in un sol colpo il mio bicchiere di vino rosso; dopo saluti e promesse di rivedersi al prossimo seminario mi incamminai fuori dal centro conferenze di Fort Mason. A poche miglia di distanza, avvolto dalla nebbia serale, il Golden Gate sorvegliava l'ingresso della baia. «Bella, questa San Francisco», pensai, e poi mi infilai nella notte, alla ricerca di un taxi.

23 giugno 2011

10.6.40

Have just heard, though it is not in the papers, that Italy has declared war…. [...]
This afternoon I remembered very vividly that incident with the taxi-driver in Paris in 1936, and was going to have written something about it in this diary. But now I feel so saddened that I can’t write it. Everything is disintegrating. It makes me writhe to be writing book-reviews etc. at such a time, and even angers me that such time-wasting should still be permitted. The interview at the War Office on Saturday may come to something, if I am clever at faking my way past the doctor. If once in the army, I know by the analogy of the Spanish war that I shall cease to care about public events. At present I feel as I felt in 1936 when the Fascists were closing in on Madrid, only far worse. But I will write about the taxi driver some time.
George Orwell. The Orwell Diaries. [*]

19 giugno 2011

«Boia»

Mi immagino cosa avrà pensato Bossi quando i suoi lo bloccano la prima volta al grido di «secessione, secessione». Lui si stava scagliando contro lo scandalo di qualcuno che percepisce «quindici mensilità» — un parlamentare di Roma ladrona? — e invece alla folla non frega nulla di queste quisquilie. Loro vanno ai fondamenti: «secessione, secessione».

Guardatelo attentamente, a questo punto. Io me lo immagino che pensi: «quanto sono scemi questi. Sì, va bene, facciamo la secessione, e poi?? Sul serio queste persone vogliono farci rinunciare a tutto quello che abbiamo conquistato così faticosamente a Roma? Le fondazioni, il secondo canale della Rai, i posti nei CDA delle banche, le municipalizzate. Che fine farebbero tutte queste cose se facessimo la secessione?».

Si vede che è interdetto, eppure riprende a parlare. Grugnisce. Stacco su Maroni, che controlla il suo iPhone. «Questo è il risultato che si otterrà se si va vanti ad usare il Nord come… come una—come un somaro… per trascinare tutta una macchina costosissima», pausa, «e che non ha possibilità di trovare una soluzione. Non penso che si possa applicare il trib(?) al federalismo fiscale» poi altro farfugliare. E poi, «penso che… i numeri sono tali… che non si può. Però.» Altra pausa. Qualcuno grida qualcosa, dal basso. Bossi risponde: «Boia.». Altro rumoreggiare. «Ci sono cose che…». La camera stacca sulla folla. Riparte il «secessione, secessione», e rapidamente diventa assordante. Non lo si vede, ma nel frattempo sul palco è salito in soccorso Calderoli; il capo ha perso il controllo della situazione. Un paio di «Padania Libera» riescono a togliere il senatùr dall'impaccio.

Si dice tanto che tra Bossi e il suo popolo vi sia una totale empatia, che riesca a fiutare il sentire della sua gente meglio del più fine antropologo. Sarà. A me quello di Pontida ha ricordato l'ultimo discorso di Ceausescu.

16 giugno 2011

È stata dittatura?

Basta fermarsi a ragionare un poco per capire che è stupido cedere alla tentazione di affermare che il ventennio Berlusconiano abbia visto l'affermarsi di una dittatura totalitaria in Italia: quando si tratta di dittature, gli incubi che si hanno a sinistra, curiosamente, sono speculari a quelli che si hanno a destra, e così come giudichiamo puerili le tirate di Berlusconi sulla dittatura dei giudici comunisti, simmetricamente dovremmo valutare le affermazioni su un ipotetico regime neo-fascista.

Eppure qualcosa di anormale ci deve essere stato, se s'è riuscito a produrre un scollamento dalla realtà talmente eclatante da portare tante persone a pensare che un personaggio come Renato Brunetta fosse davvero un castigatore dei costumi, un novello Savonarola mistico della produttività aziendale.

Di colpo ci si rende conto che colui il quale propugnava l'avvento di un popolo dagli occhi azzurri e i capelli chiari è un ometto basso e dai capelli scuri; il meccanismo si rompe e quella che è stata, in fondo, un'enorme allucinazione collettiva può finalmente diventare materiale per i manuali di psicologia sociale.