«You write "Born to Kill" on your helmet and you wear a peace button. What's that supposed to be, some kind of sick joke?»
8 giugno 2011
Due volumi
Questi tizi qui hanno tutta la mia comprensione. Io una volta avevo iniziato a leggere «Addio alle Armi» in edizione tascabile Mondadori in 2 volumi partendo dal secondo e mi aveva colpito molto la tecnica di questo Hemingway, che ti cala nel mezzo dell'azione senza introdurre i personaggi. Bello.
6 giugno 2011
Tra parentesi
Io a questo referendum non andrò a votare — e lo dico con la stessa vergogna che proverei se avessi rubato le caramelle a un bambino e la madre mi sgamasse. Complicazioni personali, mancanza di soldi, tempo; sbadataggine; non mi sono iscritto all'AIRE per tempo per cui è andata anche l'opzione del voto per corrispondenza. Insomma, non prendetemi ad esempio, anzi, irridetemi pure. Sputiate sul selciato, qualora ci incrociassimo per strada. E mi si squadri malamente: sono stato un cattivo cittadino e tutto questo me lo merito.
Detto questo, chi l'ha detto che è difficile farsi un'idea sui quesiti referendari? Io per esempio, dopo aver letto l'ottimo articolo di Andrea Boitani e Antonio Massarutto su La Voce, ho cambiato completamente idea ed ho deciso che voterò (nella mia immaginazione) «no» ai due quesiti sull'acqua. Voterò (virtualmente) «sì» su nucleare e legittimo impedimento, ma tanto all'atto pratico l'abrogazione di entrambi i provvedimenti sarà poco più che un atto simbolico (ma anche i gesti simbolici contano, ah, se contano!)
Ad ogni modo, non è mia intenzione farvi cambiare idea sul referendum (nel senso del votare “No”, non dell'astensione): penso infatti che questo referendum a) otterà il quorum e b) vedrà tutti e 4 i quesiti accettati, per cui c'è poco da mettersi a fare campagna per il “No”. La storia (distorta, vedere link sopra) dell'acqua in mano ai privati (totalmente fasulla, vedere link sopra) tocca quelle corde fondamentali del cittadino che porta anche i tipi come Magalli a schierarsi, e si schierano i Magalli vuol dire che ci sarà un consenso bulgaro per il “Sì”.
Lo so, dovrei essere triste che nel mio paese una storia priva di fondamento si sia diffusa pandemicamente (visto che contagia sia le bestie di sinistra che quelle di destra) e ora ci stia portando a prendere una pessima idea in fatto di politiche pubbliche, ma lo stesso sono contento, perché i referendum abrogativi sono uno dei pochi strumenti di partecipazione diretta che abbiamo per deliberare su questioni di portata nazionale, e vale la pena che i cittadini riacquistino fiducia in esso, visto che da 24 anni non si riesce a farne andare in porto uno.
Tra parentesi, ma perché tutti vogliono votare “Sì”?
Detto questo, chi l'ha detto che è difficile farsi un'idea sui quesiti referendari? Io per esempio, dopo aver letto l'ottimo articolo di Andrea Boitani e Antonio Massarutto su La Voce, ho cambiato completamente idea ed ho deciso che voterò (nella mia immaginazione) «no» ai due quesiti sull'acqua. Voterò (virtualmente) «sì» su nucleare e legittimo impedimento, ma tanto all'atto pratico l'abrogazione di entrambi i provvedimenti sarà poco più che un atto simbolico (ma anche i gesti simbolici contano, ah, se contano!)
Ad ogni modo, non è mia intenzione farvi cambiare idea sul referendum (nel senso del votare “No”, non dell'astensione): penso infatti che questo referendum a) otterà il quorum e b) vedrà tutti e 4 i quesiti accettati, per cui c'è poco da mettersi a fare campagna per il “No”. La storia (distorta, vedere link sopra) dell'acqua in mano ai privati (totalmente fasulla, vedere link sopra) tocca quelle corde fondamentali del cittadino che porta anche i tipi come Magalli a schierarsi, e si schierano i Magalli vuol dire che ci sarà un consenso bulgaro per il “Sì”.
Lo so, dovrei essere triste che nel mio paese una storia priva di fondamento si sia diffusa pandemicamente (visto che contagia sia le bestie di sinistra che quelle di destra) e ora ci stia portando a prendere una pessima idea in fatto di politiche pubbliche, ma lo stesso sono contento, perché i referendum abrogativi sono uno dei pochi strumenti di partecipazione diretta che abbiamo per deliberare su questioni di portata nazionale, e vale la pena che i cittadini riacquistino fiducia in esso, visto che da 24 anni non si riesce a farne andare in porto uno.
Tra parentesi, ma perché tutti vogliono votare “Sì”?
4 giugno 2011
3 giugno 2011
Il partito-azienda
Nell'immaginario collettivo Silvio Berlusconi è sempre piaciuto per via della sua figura d'imprenditore. Nel 1994 gli italiani lo votarono abbindolati dall'idea nella speranza di tramutare lo Stato in un grande e moderna azienda come la Mediaset di allora. Qualcosa di vero ci doveva pur essere, se persino il sottoscritto in un tema scolastico affermò che S.B. costituiva per lui un esempio da seguire nella vita (inciso: si era alle scuole elementari — seconda metà degli anni '80 — e hai voglia a convincere un bambino che non fosse così. Stupiti? Se per questo sono stato anche cattolico credente…).
A vent'anni di distanza dalla quell'entrata in politica possiamo sicuramente dire che la cosa non corrispondesse a realtà, e la cosa si dovrebbe chiudere qui, tuttavia non ho potuto fare a meno di pensare, ascoltando i ragionevolissimi punti sollevati da Alessandra Mussolini (sic!) nell'intervista a Radio Radicale che il buon Malvino condivide con noi, che forse bisognerebbe invertire il precedente con il conseguente e rivedere l'attività dell'imprenditore alla luce di quella del politico. E se è vero che il PDL si è appena munito di una figura di cui non v'è traccia alcuna nel proprio statuto, beh forse bisognerebbe cominciare a rivedere anche quel mito lì.
A vent'anni di distanza dalla quell'entrata in politica possiamo sicuramente dire che la cosa non corrispondesse a realtà, e la cosa si dovrebbe chiudere qui, tuttavia non ho potuto fare a meno di pensare, ascoltando i ragionevolissimi punti sollevati da Alessandra Mussolini (sic!) nell'intervista a Radio Radicale che il buon Malvino condivide con noi, che forse bisognerebbe invertire il precedente con il conseguente e rivedere l'attività dell'imprenditore alla luce di quella del politico. E se è vero che il PDL si è appena munito di una figura di cui non v'è traccia alcuna nel proprio statuto, beh forse bisognerebbe cominciare a rivedere anche quel mito lì.
30 maggio 2011
Non dire qualcosa di sinistra, di' qualcosa di divertente
Solo domani sapremo chi sarà eletto a Milano. Il risultato elettorale farà una grande differenza, ma anche se Pisapia non venisse eletto — e nello scrivere questa cosa qui si fanno delle corna ben poco razionaliste — un elemento di questa campagna elettorale rimane interessante e assolutamente nuovo: la sinistra ha una nuova arma: l'ironia (Repubblica, 28.05.2010).
Da tanti anni a questa parte, ogni volta che Silvio Berlusconi o qualche suo lacchè accusava la sinistra di voler instaurare l'internazionale comunista nel XXI secolo, io facevo un gioco mentale molto semplice: inventare una battuta fulminante con cui controbattere all'idiozia di turno. Questo mio gioco, oltre ad essere un chiaro sintomo di autismo da parte mia, e su cui ora non vale la pena di soffermarci, era ed è dettato dall'insofferenza verso le risposte che fornivano i vari Bersani, Veltroni, Fassino, Prodi, Rutelli ecc. Queste risposte erano sempre sulla linea del «Silvio Berlusconi paragona la sinistra allo stalinismo e questo è inaccettabile per una forza progressista come il PD», o qualcosa del genere. Intendiamoci, questa risposta è vera e sacrosanta, ma è un'arma spuntata.
Con le sue battute Berlusconi ha sempre solleticato le persone con una visione del mondo che, pur fittizia, è coerente con la sua narrativa della storia politica degli ultimi 20 anni. Daniele Luttazzi, verso il quale, devo ammettere, la mia stima è un po' calata dallo scandalo del plagio di George Carlin e altri, aveva illustrato perfettamente la retorica Berlusconiana usando gli strumenti dell'analisi narrativa (La Guerra Civile Fredda, 2009). Berlusconi il protagonista, la magistratura il nemico di turno. Berlusconi è in fuga perché si deve salvare. La magistratura lo vuole «morto» perché egli è l'unico a frapporsi tra essa e l'instaurazione del comunismo in Italia. O qualcosa del genere.
Si dice che ostinarsi a parlare con un cretino può portare gli altri a non notare la differenza tra noi ed il nostro interlocutore. Ma siamo in democrazia, e questo un uomo politico potrà forse pensarlo, ma mai potrà dichiararlo, specialmente quando quel cretino riceve più del 5% delle preferenze elettorali. Allora come fare? Le mie battute erano sempre ironiche, e non c'è migliore ironia che ridere di se stessi. O meglio, dell'immagine che l'altro ha di noi stessi. Fare auto-ironia non serve per averla vinta sulla questione di turno (la tassa patrimoniale, la dignità della Resistenza, le facoltà intellettive degli elettori di sinistra). Fare auto-ironia scardina la visione del mondo che Berlusconi comunica ai suoi sostenitori e all'opinione pubblica. Quel lento lavorio che ha portato la gente a dare per scontato che le cosiddette toghe rosse esistano, proprio come in una teoria del complotto.
Quando vedi cose come il Favoloso Mondo di Pisapie (sotto), o il caso di Sucate e della moschea abusiva di via Giandomenico Puppa, o l'invasione della fan page di Red Ronnie, capisci che qualcosa è cambiato, in meglio. E speriamo che continui così.
Da tanti anni a questa parte, ogni volta che Silvio Berlusconi o qualche suo lacchè accusava la sinistra di voler instaurare l'internazionale comunista nel XXI secolo, io facevo un gioco mentale molto semplice: inventare una battuta fulminante con cui controbattere all'idiozia di turno. Questo mio gioco, oltre ad essere un chiaro sintomo di autismo da parte mia, e su cui ora non vale la pena di soffermarci, era ed è dettato dall'insofferenza verso le risposte che fornivano i vari Bersani, Veltroni, Fassino, Prodi, Rutelli ecc. Queste risposte erano sempre sulla linea del «Silvio Berlusconi paragona la sinistra allo stalinismo e questo è inaccettabile per una forza progressista come il PD», o qualcosa del genere. Intendiamoci, questa risposta è vera e sacrosanta, ma è un'arma spuntata.
Con le sue battute Berlusconi ha sempre solleticato le persone con una visione del mondo che, pur fittizia, è coerente con la sua narrativa della storia politica degli ultimi 20 anni. Daniele Luttazzi, verso il quale, devo ammettere, la mia stima è un po' calata dallo scandalo del plagio di George Carlin e altri, aveva illustrato perfettamente la retorica Berlusconiana usando gli strumenti dell'analisi narrativa (La Guerra Civile Fredda, 2009). Berlusconi il protagonista, la magistratura il nemico di turno. Berlusconi è in fuga perché si deve salvare. La magistratura lo vuole «morto» perché egli è l'unico a frapporsi tra essa e l'instaurazione del comunismo in Italia. O qualcosa del genere.
Si dice che ostinarsi a parlare con un cretino può portare gli altri a non notare la differenza tra noi ed il nostro interlocutore. Ma siamo in democrazia, e questo un uomo politico potrà forse pensarlo, ma mai potrà dichiararlo, specialmente quando quel cretino riceve più del 5% delle preferenze elettorali. Allora come fare? Le mie battute erano sempre ironiche, e non c'è migliore ironia che ridere di se stessi. O meglio, dell'immagine che l'altro ha di noi stessi. Fare auto-ironia non serve per averla vinta sulla questione di turno (la tassa patrimoniale, la dignità della Resistenza, le facoltà intellettive degli elettori di sinistra). Fare auto-ironia scardina la visione del mondo che Berlusconi comunica ai suoi sostenitori e all'opinione pubblica. Quel lento lavorio che ha portato la gente a dare per scontato che le cosiddette toghe rosse esistano, proprio come in una teoria del complotto.
Quando vedi cose come il Favoloso Mondo di Pisapie (sotto), o il caso di Sucate e della moschea abusiva di via Giandomenico Puppa, o l'invasione della fan page di Red Ronnie, capisci che qualcosa è cambiato, in meglio. E speriamo che continui così.
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